competenze legali

MANSIONI INFERIORI: in quali casi il lavoratore può rifiutarsi di adempiere?

La Corte di Cassazione è tornata a trattare, nell’ordinanza n. 24118 del 22 maggio 2018, la questione di un licenziamento intimato a fronte del rifiuto di un dipendente a cui era stato chiesto, dal datore di lavoro, di svolgere attività diverse, e nello specifico inferiori, a quelle per le quali era stato assunto.

 

L’ordinanza, pubblicata il 3 di ottobre, ha ad oggetto il caso di una cuoca, operante nel servizio ristorazione appaltato presso una scuola d'infanzia comunale, licenziata in quanto si era ripetutamente rifiutata di portare in classe le colazioni, dopo averle preparate.

Il tema trattato non è una novità assoluta, essendosi la Corte già in precedenza pronunciata sul medesimo argomento (si vedano ad esempio le sentenze Cassazione n. 836 del 16.1.2018, Cassazione n. 2033 del 29.01.2013, e n.8300 del 23.04.2015), ma è rilevante in quanto rappresentativo dell’orientamento che va consolidandosi.

La premessa della Corte è interessante perché immediatamente sottolinea non solo che le mansioni richieste alla lavoratrice siano indubbiamente inferiori, ma anche che non siano neppure complementari ai compiti propri del livello assegnato.

Tuttavia, la conclusione a cui giunge la Suprema Corte è quella di considerare legittimo il licenziamento intimato per giustificato motivo soggettivo.

Secondo la Corte la legittimità del licenziamento è direttamente connessa e dipendente dalla giustificatezza/ingiustificatezza del rifiuto del lavoratore; tale rifiuto sarà giustificato se connotato da criteri di positività, proporzionato e conforme a buona fede.

Sul medesimo problema la sentenza  n. 1912/17 ritenne “giustificato il rifiuto del lavoratore allo svolgimento della prestazione lavorativa in presenza di un’assegnazione illegittima a mansioni inferiori, a condizione che nell’esercizio del proprio diritto di autotutela il lavoratore abbia agito in modo proporzionato e conforme a buona fede” La pronuncia poi, nel caso di specie, procedeva specificando che “la validità di questo principio viene tuttavia meno se il lavoratore ha continuato a frequentare i locali aziendali e ha accompagnato il rifiuto della prestazione lavorativa con un comportamento sprezzante e minaccioso nei confronti dei responsabili aziendali”.
Centrale è dunque il concetto di giustificatezza del rifiuto.

La Corte anche su questo prende posizione e delinea i criteri   per valutare la  sussistenza o meno di un rifiuto giustificato, e per fare ciò richiama alcuni principi che sono alla base del rapporto di lavoro subordinato, e contenuti negli articoli  del codice civile 2086 “Direzione e gerarchia nell'impresa”, 2094 “Prestatore di lavoro subordinato”, 2104 “Diligenza del prestatore di lavoro”, 1460 “Eccezione di inadempimento” e 2103 “Mansioni del lavoratore e ius variandi” secondo il quale, vale la pena ricordare, “il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, cioè quelle che gli sono state assegnate o che sono state concordate tra le parti al momento dell’assunzione. Pertanto, il datore di lavoro è obbligato a comunicare al lavoratore il proprio inquadramento, ossia la categoria e la qualifica che gli vengono assegnate in relazione alle mansioni attribuitegli.

L’adibizione a mansioni inferiori rispetto a quelle concordate o assegnate in sede di assunzione è vietata ed ogni patto contrario è nullo”.

Su questi principi la Corte afferma che il lavoratore può rendersi inadempiente legittimamente solo in caso di totale inadempimento del datore di lavoro, vale a dire nel caso in cui l'inadempimento del datore di lavoro sia tanto grave da incidere in maniera irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore medesimo o da esporlo a responsabilità penale per lo svolgimento delle nuove mansioni.

Al di fuori di tali ipotesi, il dipendente non potrà rifiutare la prestazione, ma avrà facoltà di chiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell'ambito della qualifica di appartenenza, oltre al risarcimento degli eventuali danni patrimoniali o non patrimoniali subiti in conseguenza dell’illegittimo demansionamento, ma  come detto non sarà autorizzato a rifiutare aprioristicamente l'adempimento salvo che ciò sia pericoloso per la salute e sicurezza o lo esponga a responsabilità penali.